L’Olanda ci fa la morale ma affoga tra derivati ed elusione fiscale

Amsterdam, 13 apr –  In queste settimane abbiamo imparato a conoscere l’Olanda non solo per i tulipani ma anche per l’ossessione nel rispetto delle regole. Poco importa se certi trattati rischiano di mettere alla canna del gas alcune nazioni. Il governo guidato da Mark Rutte si è mostrato come un inflessibile contabile o meglio l’amministratore di quel condominio chiamato Unione Europea. La verità però è un’altra. I Paesi Bassi hanno troppi scheletri nell’armadio per dare lezioni. Non solo sono un paradiso fiscale ma hanno una banca pubblica la Abn Amro che ha usato strumenti di finanza speculativa (i derivati). Andiamo con ordine.

Abn Amro: i derivati in una banca pubblica

Gli effetti della crisi economica generata dal coronavirus si abbatteranno come uno tsunami sul mercato bancario. Le bolle generate dalla finanza speculativa cominciano già a destabilizzare i mercati. In Europa il primo caso riguarda la Abn Amro. Non si tratta di un’indiscrezione. Infatti, sul sito dell’istituto di credito olandese dal 26 marzo scorso è pubblicato un annuncio a tutti coloro che hanno sottoscritto contratti derivati: la clientela viene rassicurata dicendo che l’istituto di Amsterdam si sta alacremente adoperando per correggere eventuali errori commessi nel passato.

Il comunicato non è stato emesso per amor di verità. Nessuno da quelle parti è stato folgorato sulla via di Damasco, erano obbligati ad emettere quella nota. Come riporta Radiocor (l’agenzia di stampa de Il Sole 24 Ore): “Abn Amro sarà costretta a mettere a bilancio una perdita di 200 milioni di dollari”. Un cliente americano (che gli olandesi non hanno voluto identificare) “aveva scommesso a margine sui contratti e quando sono scattati campanelli d’allarme sulle sue posizioni non è riuscito a far fronte alle richieste di liquidità costringendo la divisione di clearing di Abn Amro ad accusare la perdita che è pari a circa il 10% del suo profitto annuale”.

Com’è potuto avvenire un fatto simile in una banca controllata da uno Stato così attento? Forse gli olandesi sono troppo impegnati a fare le pulci agli altri per controllare sé stessi. Sempre a proposito di coerenza, è bene ricordare che dopo la crisi del 2008 lo stato olandese è intervenuto con un’operazione di salvataggio durante la crisi finanziaria del 2008/2009. In pratica Abn Amro è controllata dal governo. Chissà cosa sarebbe successo se la stessa operazione fosse stata fatta da qualche nazione meno virtuosa? Sicuramente avrebbero puntato l’indice contro i soliti spreconi incapaci di competere sul mercato. Quando, però, la crisi incombe anche chi è scettico sul ruolo dello Stato nell’economia si rivela un fervente keynesiano. I liberisti sono come quegli atei che quando sono in pericolo di vita recitano il rosario indossando il cilicio. E veniamo ora ad un’altra questione che rende meno credibili gli olandesi: l’elusione fiscale

Il paradiso (fiscale) olandese

Prima di criticare la modalità con cui attraggono le multinazionali straniere è bene guardare anche al bicchiere mezzo pieno. Da un punto di vista burocratico l’Olanda meglio di chiunque altro riesce a mettere le aziende in grado di crescere. Inoltre, secondo l’Eurostat, I Paesi Bassi sono la quinta economia dell’Unione economica e monetaria (dopo Germania, Francia, Italia e Spagna) e vantano il quinto Pil pro-capite (superiore a 42mila euro) più alto dell’eurozona, dopo Lussemburgo, Irlanda, Danimarca e Svezia. Inoltre, il bilancio dello Stato olandese ha chiuso il 2019 con un surplus di 14,1 miliardi di euro, pari all’1.7% del Pil e, tradotto in soldoni, questo è valso 3.5 miliardi in più rispetto al 2018.

I numeri vanno analizzati con attenzione. Il Pil dell’Olanda è la metà di quello italiano, inoltre la nostra economia è la terza dell’eurozona. Qualcosa, dunque, non torna anche se sono bravissimi a far quadrare i conti. E veniamo ora alle dolenti note: la concorrenza sleale in tema di fisco fatta ai danni delle altre nazioni dell’area euro. Ad Amsterdam vi sono alcuni palazzi in cui migliaia di aziende hanno la sede legale. Peccato, però, che non c’è fisicamente lo spazio per contenerne almeno un quarto. A questo punto o queste aziende sono gestite da dipendenti fantasma, oppure la sede legale è solo un trucco per versare le tasse ad Amsterdam e dintorni? Senza voler essere cattivi, la seconda ipotesi è quella più credibile. Questo schema conviene sia alle imprese che al governo. Il gettito è alto perché in tanti (rectius troppi) pagano poco. Aggiungiamo anche che fino allo scorso anno il Paese dei tulipani non ha mai applicato alcuna ritenuta d’acconto sulle royalties e il gioco è fatto.

A questo punto è fin troppo semplice comprendere perché l’avanzo di bilancio cumulato ha raggiunto i 34 miliardi di euro negli ultimi anni. Non è il rigore a rendere ricchi l’Olanda ma la capacità di attrarre capitali in maniera quantomeno discutibile. C’è da dire che se altri Paesi seguissero quest’esempio sarebbe difficile rafforzare la coesione all’interno dell’Ue. Questo comportamento ha un costo elevato: oltre 50 miliardi di euro di base fiscale altrui. L’Italia che viene bacchettata per i suoi conti ne esce con le ossa rotte: più di un miliardo di mancati introiti per il nostro fisco. Oltre all’inganno la beffa.

L’Olanda si è bevuta anche il nostro spritz

È di questi giorni la notizia che il gruppo italiano Campari ufficializza lo spostamento della sede legale in Olanda. Non è certo una novità. Un marchio italiano che sposta la sede legale (ma la produzione resta ben piantata qui) là dove si pagano meno tasse. Gli azionisti dello storico marchio italiano nato nel 1860 (in primis la famiglia Garavoglia, tramite la cassaforte Lagfin che detiene il 51% del capitale) e che oggi fattura 1,8 miliardi e fa base a Sesto San Giovanni, alla fine di marzo hanno dato il via libera definitivo allo spostamento della sede legale nei Paesi Bassi, mentre quella fiscale rimarrà in Italia.

Il tutto avviene nell’indifferenza generale. Eppure i casi non mancano, e se Francia e Germania fanno di tutto per evitare questa fuga di capitali, l’Italia sembra accettare tutto con rassegnazione. Non si spiegherebbe altrimenti il disinteresse con cui la politica guarda alla fuga delle grandi holding italiane all’estero: Fca, su tutti, ma anche Mediaset, Cementir, Luxottica e Ferrero, quest’ultima però in Lussemburgo. Non è solo una questione di gettito fiscale. Questi spostamenti comportano anche un impatto sui servizi di cui ha bisogno una grande azienda: avvocati, consulenze auditing. Il governo deve prodigarsi per invertire la rotta che va avanti almeno da trenta anni. Sarebbe inutilmente consolatorio prendersela con Amsterdam: chi si comporta da pecora, prima o poi verrà sbranato dal lupo.

Fonte: Primato Nazionale – di

Salvatore Recupero

Link: https://www.ilprimatonazionale.it/economia/olanda-morale-affoga-derivati-elusione-fiscale-152993/

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