La potente macchina del dolore umano

Più delle vittime di una giustizia feroce hanno sofferto solo loro: i figli delle vittime di un giustizia feroce. Le storie di Nicole e di Francesco

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Più delle vittime di una giustizia feroce hanno sofferto solo loro: i figli delle vittime di un giustizia feroce. Per capire quale immenso carico di dolore, privazioni, lutti, ferite tra le famiglie e le generazioni si infligga per mano dello Stato, bisogna parlare con loro. Con Nicole, cresciuta senza il padre, Giovanni Guarischi, ex consigliere regionale di Forza Italia in Lombardia, condannato a cinque anni in quanto corruttore di Roberto Formigoni che, però, per lo stesso fatto è stato assolto con formula piena qualche giorno fa. Con Francesco, figlio dell’imprenditore di Gela Riccardo Greco, suicida dopo aver fatto condannare i mafiosi a cui pagava il pizzo ed essere stato perseguitato per anni dalla giustizia e dalla burocrazia prefettizia, fino al martirio.

Sono i loro racconti a svelare l’orrore, che si nasconde in certi angoli oscuri delle democrazie e che produce frustrazione, rabbia, desiderio di vendetta e avvelena il clima di una comunità già esasperata dal declino economico e civile. Sono i loro racconti, a volerli ascoltare, che ci mostrano che cos’è diventata oggi la giustizia in Italia: una potente macchina di dolore umano non giustificabile.

Il racconto di Nicole dice tutto l’assurdo logico di un processo capace di ribaltare quella che Hegel chiamerebbe la razionalità del reale. Valutando lo stesso fatto a Milano come corruzione, e a Cremona come irrilevante per il diritto penale. Si chiama contrasto di giudicati sulla stessa “re iudicanda”. Accade quando un processo viene stralciato e finisce davanti a due collegi diversi, ognuno dei quali chiamato a giudicare secondo il suo libero convincimento. Se però l’oggetto del contendere è una corruzione, si fa fatica a comprendere come possa esserci un corruttore senza un corrotto. Non dovrebbe accadere. Eppure accade. Un diritto liberale, consapevole dei suoi limiti, sa che la verità processuale non coincide sempre con la verità della vita. Per questo mitiga le sue asimmetrie con un principio di favore per l’imputato. Se due giudicati sullo stesso fatto non coincidono, in ultima istanza o in sede di revisione davanti alla Cassazione si applica quello meno afflittivo. Una giustizia sommaria invece punisce prima di condannare. E infligge una lunga custodia cautelare.

Sentite come Nicole la racconta a Luca Fazzo del Giornale, che l’ha intervistata: “Avevo diciassette anni, vado per la prima volta a San Vittore, dove mio padre era stato recluso, e lo trovo distrutto. Mi dice: vogliono che faccia il nome di Formigoni, se li accontento in due giorni sono a casa, io non ho nomi da accusare perché non ho fatto niente di sbagliato. Però, se tu là fuori da sola non ce la fai, se hai bisogno di me, ti accontento”.

Provate a riscrivere queste parole. A sentire tutto il carico di vergogna che portano con sé. È il paradigma di Tangentopoli. In un pamphlet intitolato “Mani Pulite”, uscito quasi trent’anni fa con il settimanale Panorama, così lo spiegava compiaciuto il procuratore di Milano Francesco Saverio Borrelli ad Antonio Carlucci, che lo intervistava: “È vero, c’è stato e c’è un approccio particolarmente convincente, che non significa ruvido e brutale, come qualcuno ha insinuato, ma che sa spiegare qual è la situazione di chi si siede davanti ai magistrati”. Accusi qualcuno e sei a casa, oggi come ieri. Oggi come ieri l’ingiusta detenzione continua a lievitare. Perché, nonostante tutte le leggi di riforma della custodia cautelare, siamo sempre il Paese europeo con più detenuti in attesa di giudizio. Un Paese di indagini preliminari “convincenti”, dove la pena precede la condanna.

Un altro racconto, quello di Francesco Greco, ci spiega che vuol dire in Italia essere innocenti e insieme presunti colpevoli. Ventisette anni, ingegnere di Gela, l’hanno scorso ha trovato il padre che rantolava in un lago di sangue dopo essersi sparato un colpo di pistola in un container della sua azienda: “Nel lontano 2003 papà aveva denunciato il pizzo e fatto condannare i mafiosi che lo riscuotevano. Ma è rimasto per anni nel mirino di una Procura che lo considerava complice. Nonostante una sentenza di Cassazione lo avesse definito, senza dubbio alcuno, vittima. Nonostante un’altra sentenza di primo grado di un nuovo processo lo avesse assolto. La pervicacia della procura ha indotto un prefetto a spezzargli le gambe con un’interdittiva antimafia. Nel giro di qualche settimana ha perduto tutti gli appalti, ha chiuso la sua azienda, ha licenziato i suoi operai, ha disperatamente cercato di opporsi con i ricorsi a una condanna arbitraria, fondata sul sospetto, decisa da un oscuro burocrate senza che lui potesse difendersi. Poi, una mattina, ha scritto sul diario che da anni redigeva in segreto un biglietto per mamma e per noi figli: Io devo andare perché voi siate liberi. Aveva ragione. Dopo il suicidio la nostra azienda è stata riabilitata”.

Bisogna chiedersi che è accaduto in una democrazia quando un padre dice a una figlia: “Se tu là fuori da sola non ce la fai, se hai bisogno di me, ti accontento”, cioè confesso non ciò che è vero, ma ciò che vogliono che io confessi. E quando un altro padre scrive a un figlio: “Io devo andare perché voi siate liberi”. E si spara in testa. Dedicato a chi pensa ancora che la giustizia in Italia sia un problema per Berlusconi.

Fonte: Huffingtonpost

Link: https://www.huffingtonpost.it/entry/la-potente-macchina-del-dolore-umano_it_5f14115dc5b6d14c33683bbc?zxi&utm_hp_ref=it-homepage

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