Si chiama Mediaset il Nazareno della pandemia

Lo schema offerto è sempre lo stesso: collaborazione in cambio di tutela degli interessi aziendali. E nel Pd tra sì e malumori non si capisce chi decide

E allora, mettiamo in fila gli elementi. Silvio Berlusconi, chapeau, sempre il più luciferino, abile, scaltro di tutti (capirete tra un po’ perché) che da qualche giorno ha ricominciato a saltellare in tv, nei panni dell’uomo di Stato che offre collaborazione al governo perché, con i morti davanti ai pronti soccorsi, ci vuole responsabilità. Nicola Zingaretti che quello spirito costruttivo a tutte le opposizioni lo chiede da tempo, in vista di mesi ancor più duri. E che, invece, in tv evita di andare, un po’ stufo, raccontano i suoi, di dover difendere un governo che, dopo sette ore di vertice, non è ancora perso nell’arcobaleno del lockdown, tra giallo, arancione e rosso. E ancora: la collaborazione – parola magica di questi giorni, meglio non cercare sinonimi – che, come d’incanto, si concretizza nella proposta della “conferenza dei capigruppo unificata” e nell’idea che circola di un relatore anche di Forza Italia sulla legge di bilancio, come se fosse in maggioranza.

Tutta questa riscoperta di interesse nazionale, fair play istituzionale, spirito repubblicano sancita, ecco il punto, dall’emendamento “pro-Mediaset” presentato dalla maggioranza nel decreto Covid e che col decreto Covid, direbbe il poeta non c’azzecca proprio nulla. C’azzecca, eccome, con gli interessi del Biscione che, in tal modo, ottiene uno “scudo” per i prossimi sei mesi consentendo a Berlusconi di scendere a patti con Bollorè, ma da una posizione di forza.

Questo articolo è una cronaca dell’eterno ritorno dell’uguale. E, in questa storia che si ripete, scegliete voi quanto è tragedia, quanto è farsa, quanto nemesi storica con i Cinque stelle che votano una norma ad aziendam, appunto scegliete voi, c’è, come sottofondo, la genialità del vecchio Silvio che è tutt’uno con l’altrui perdita dell’anima. Avrà pensato, il Cavaliere che anche stavolta gli è riuscita, come tante altre volte, quando era all’opposizione e, facendosi concavo e convesso, è riuscito a tutelare i suoi interessi, mostrandosi dialogante, tranne poi, al momento giusto, scaricare la sinistra e la responsabilità e andare a fare il pieno con la destra. E addio dialogo.

Gli sarà venuto alla mente il famoso discorso di Violante, nel febbraio del 2002. Era lì, comodamente seduto sullo scranno di palazzo Chigi riconquistato mandando all’aria la Bicamerale e lo spirito costituente, quando l’allora capogruppo dei Ds gli ricordò la sua ingratitudine: “Ci avete accusato di regime nonostante non avessimo fatto il conflitto di interessi, avessimo dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni tv, avessimo durante il centrosinistra aumentato venticinque volte il fatturato di Mediaset”. E gli sarà venuto in mente anche il gioco da ragazzi per lui, quando da “Pregiudicato” additato alla pubblica gogna, si ripresentò come padre della Patria, grazie a Renzi, un giovane spregiudicato, che non aveva capito che, a giocare col fuoco, ci si brucia, e si è visto come è andata a finire.

Anche quella fu una straordinaria stagione per Mediaset che si è potuta permettere il lusso di continuare a investire poco, tanto la modifica della Gasparri era rimasta nei titoli della Leopolda e non nei programmi di palazzo Chigi. Poi la difesa dello status quo televisivo, grazie a un’operazione garantita dal governo Gentiloni. Ovvero l’ingresso di Cassa depositi e prestiti in Telecom e l’alleanza col fondo di investimento Elliott (il nuovo proprietario del Milan per intenderci) in funzione anti-Vivendi. Ed è proprio su questo stop ai francesi che il Cavaliere diede il via libera al governo gialloverde. Perché lo schema è sempre lo stesso e schema che funziona non si cambia: disarmo, in cambio di tutela degli interessi aziendali.

Peccato che la Corte europea, con la sentenza di settembre, ha dato ragione a Vivendì collocando la legge Gasparri nel capitolo “antiquariato” in epoca di digitale. Ed è qui che arriva l’emendamento che concede sei mesi di tempo all’Agom per un’istruttoria, che consente a Mediaset per i prossimi sei mesi di non garantire a Vivendi una presenza di minoranza nel cda di una azienda di cui possiede quasi un terzo e con la quale ha conteziosi legali in tutta Europa. Tu chiamalo, se vuoi, “nuovo Nazareno” anche se più embedded, con buona pace dei moralisti in servizio permanente effettivo che sui precedenti “inciuci” ci hanno costruito brillanti e rumorose carriere.

Siccome queste cose a sinistra le sanno, si capisce perché qualcuno si è sentito un po’ scosso nella coscienza davanti a una norma arrivata praticamente già scritta da Patuanelli col via libera di Gualtieri, senza tanta discussione col Nazareno. Nel corso di una riunione con parecchi ministri del Pd anche il vicesegretario Andrea Orlando è apparso piuttosto perplesso per le modalità e la formulazione perché se tanto ci tenevano i Cinque stelle, potevano anche esprimere un relatore invece di far gravare l’ingrato compito sulla dem Valeria Valente.

Nel corso del confronto, piuttosto virile anche il ministro Boccia e il sottosegretario all’editoria Andrea Martella hanno espresso la loro contrarietà su una norma che, su un settore strategico, è in continuità logica con le tante leggi definite da loro stessi ad personam e contrastate in questo ventennio. Tanta determinazione del ministro dell’Economia ha fatto fiorire tutta una serie di suggestive dietrologie sulla mano di D’Alema – quando si parla di accordi è sempre il principale indiziato – il cui ascendente su Gualtieri è noto, come è nota in questa fase anche l’ascolto che i suoi esperti consigli ricevono a palazzo Chigi. Il che aprirebbe un lungo capitolo su chi comanda nel Pd, e dove si decide, ma questo è un altro articolo.

Fonte: Huffingtonpost

Link: https://m.huffingtonpost.it/entry/si-chiama-mediaset-il-nazareno-della-pandemia_it_5fad72eac5b68707d1fd39ad

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