Regeni, l’Egitto non collabora e abbandona l’inchiesta nel silenzio di Conte e Di Maio

Lo avevamo previsto, ma era troppo facile da prevedere: l’Egitto non collaborerà con l’Italia nel processo sull’omicidio di Giulio Regeni. Ma la Procura di Roma va avanti ed è pronta a chiudere le indagini a carico di cinque appartenenti ai servizi segreti egiziani accusati del sequestro del giovane ricercatore friulano.

“Il procuratore generale egiziano nel prendere atto della conclusione delle indagini preliminari italiane, avanza riserve sulla solidità del quadro probatorio che ritiene costituito da prove insufficienti per sostenere l’accusa in giudizio”, si legge in un comunicato congiunto della procura generale egiziana e della procura della Repubblica di Roma. L’ennesimo schiaffo alla memoria di Giulio, agli sforzi dei genitori e alla dignità degli italiani.

“In ogni caso – conclude il comunicato – la Procura generale d’Egitto rispetta le decisioni che verranno assunte, nella sua autonomia, dalla Procura della Repubblica di Roma”. Gli egiziani affermano, a quasi cinque anni dal brutale omicidio del ricercatore friulano, che per loro “è ancora ignoto” l’autore.

Nonostante le motivazioni addotte, era prevedibile che il governo di al-Sisi non avrebbe cambiato orientamento. Troppo ottimismo nei confronti di chi in questi anni non ha fatto nulla per arrivare alla verità su una morte orribile e indimenticabile. Forse in Egitto credevano che i genitori, Paola e Claudio, col tempo si sarebbero arresi, stancati. Forse credevano che alla fine si sarebbe smesso di urlare giustizia. E invece il popolo giallo di Giulio, la sua famiglia, l’avvocata Ballerini, la Procura di Roma e tutte le persone che in questi anni sono andate avanti, imperterrite, non hanno dimenticato. Sono ancora lì, come sentinelle.

Al di là dei ripetuti appelli alla reciproca collaborazione e alla ricerca comune di una verità giudiziaria, una fattiva unione tra Roma e il Cairo sul tema non c’è mai stata e non certo per mancanza di volontà dei magistrati di piazzale Clodio, i quali, dopo la rogatoria dell’aprile del 2019 rimasta inevasa, hanno annunciato che chiederanno a breve il processo per i cinque 007 della National Security finiti sotto inchiesta per concorso in sequestro di persona grazie al copioso materiale probatorio raccolto in questi anni dal ‘pool’ di investigatori di Ros e Sco.

I processi, semmai dovessero davvero essere celebrati, difficilmente diranno qualcosa in più. La procura generale d’Egitto ha dato incarico “agli inquirenti competenti di intraprendere tutte le misure necessarie per giungere all’identificazione dei colpevoli”. L’ennesimo escamotage per prolungare i tempi di un iter che non troverà mai compimento. Più complicata, in termini di procedura, appare la situazione per la procura di Roma: fra tre giorni scade il termine dei due anni dall’iscrizione nel registro degli indagati dei 5 ufficiali egiziani. Fino a oggi le varie proroghe di indagine ai diretti interessati, in assenza dell’elezione di domicilio che il Cairo si è sempre rifiutato di fornire, sono state notificate agli avvocati d’ufficio iscritti all’ordine di Roma. Per la notifica degli atti a chi è indagato all’estero, può essere sufficiente un decreto di irreperibilità, ma il problema si pone quando tutte le carte arriveranno all’attenzione di un gup che, in autonomia, dovrà valutare se gli imputati hanno avuto o no notizie del procedimento o se tutto quanto svolto dalla procura sino ad oggi è stato fatto a loro insaputa. Senza l’elezione di domicilio, infatti, occorre provare con altri elementi che gli indagati siano stati adeguatamente informati dell’esistenza del procedimento penale.

Ma il premier Conte? Il ministro Di Maio? Come hanno accolto la notizia? Come hanno reagito di fronte all’ennesimo muro egiziano? Tutto tace. “Nessun commento”. Le uniche due parole che la Farnesina, sede istituzionale della rappresentanza diplomatica italiana, ha concesso ai media sul tema. Nemmeno il premier Conte ha speso parole per commentare la notizia.

L’unica reazione è arrivata da Erasmo Palazzotto, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni. “La presa di posizione egiziana che, rifiutandosi di fornire una risposta alle richieste dei nostri magistrati, rilancia l’ennesimo tentativo di depistaggio nella fase conclusiva delle indagini è un insulto alla nostra intelligenza, un oltraggio che non possiamo permetterci di subire. Il Governo assuma tutte le misure necessarie a tutelare la dignità e la credibilità internazionale del nostro Paese. Questa non è una vicenda privata della famiglia Regeni, ma una questione nazionale che ci riguarda tutte e tutti”.

In questo silenzio assordante cadono come macigni le parole dei genitori di Giulio che ancora prendono atto dell’ennesimo incontro infruttuoso tra le due procure. “In questi 5 anni abbiamo subito ferite e oltraggi di ogni genere da parte egiziana, ci hanno sequestrato, torturato e ucciso un figlio, hanno gettato fango e discredito su di lui, hanno mentito, oltraggiato e ingannato non solo noi ma l’intero Paese”, scrivono in una nota Paola e Claudio Regeni e l’avvocato Alessandra Ballerini. “Se da un lato apprezziamo la risoluta determinazione dei nostra procuratori che hanno saputo concludere le indagini, senza farsi fiaccare né confondere dai numerosi tentativi di depistaggio, dalle interminabili dilazioni e dalle mancate risposte egiziane, d’altra parte non possiamo che stigmatizzare una volta di più la costante e plateale assenza di collaborazione da parte del regime che continua a non rispondere alla rogatoria del 29 aprile 2019 e non ha neppure voluto fornire l’elezione di domicilio dei 5 funzionari della National Security iscritti nel registro degli indagati due anni fa”.

Fonte: TPI

Link: https://www.tpi.it/cronaca/regeni-egitto-non-collabora-inchiesta-20201201707017/?fbclid=IwAR2DUfgIP7_tqVN725I4plD5mAEZjmXy6ZJFqHt0YmEYoB3NzgXhykbXRsY

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