“Populisti e sovranisti oggi come il Pci cent’anni fa”

Giuliano da Empoli la legge così: “Hanno quella carica di rottura che portò alla scissione di Livorno. La sinistra, invece, ha accettato la realtà”

“Oggi, l’ottimismo della volontà, la carica di rottura che cent’anni fa contribuì alla scissione di Livorno e alla nascita del partito comunista italiano appartiene alle forze populiste e sovraniste. Nessun partito della sinistra, né italiana, né europea, lo ha più”. Il racconto di Giuliano da Empoli dell’anniversario della frattura che spezzò il movimento operaio italiano parte dal tentativo di capire perché a distanza di così tanti anni da allora, con il Muro di Berlino franato e i partiti comunisti estinti ovunque in Occidente, lo stemperamento della divisione tra le due sinistre, quella riformista e quella massimalista, si senta ancora il bisogno di tornare su quella data per pensare in fin dei conti all’oggi, come dimostrano le celebrazioni già avviate con saggi, romanzi, memorie: “Credo che in un’epoca come la nostra, così completamente destrutturata, una forma politica strutturata come il Pci possa ispirare in alcuni un certo rimpianto. Non una nostalgia generica, bensì una nostalgia precisa, anzi tre forme di nostalgia”

Scrittore, intellettuale, attivista politico e presidente del think tank Volta, Da Empoli è cresciuto in una famiglia in cui gli è capitato di conoscere alcune grandi figure del comunismo italiano, pur non essendo, la sua, una famiglia comunista: “I comunisti che ho incrociato nella mia infanzia assomigliavano un po’ al vecchio professore interpretato da Marcello Mastroianni in “Verso Sera”. Erano storici come Luciano Cafagna, economisti come Luigi Spaventa o Napoleone Colajanni, politici come Giorgio Napolitano e Antonio Giolitti, quasi tutta gente che aveva un rapporto molto critico con il Pci e prima o poi se n’era allontanata. L’unica nostalgia che provo io è – oserei dire – di carattere antropologico: erano persone di grande qualità, figli di un universo umano ormai scomparso, rimasto senza eredi”.

Il padre di Da Empoli è stato un economista, collaboratore prima di Antonio Giolitti, poi di Bettino Craxi e Giuliano Amato. Lui, però, non è un reduce di quella storia, è figlio di tutt’altra generazione ed è oggi un pensatore di riferimento dell’europeismo.

Quali sono le tre nostalgie che suscita il Pci?

La prima, mi pare, è una nostalgia di tipo religioso, per una Chiesa e un Vangelo marxista che spiegavano e davano senso a ogni aspetto dell’esistenza, in una prospettiva ottimistica, e con l’orizzonte di una salvezza universale. È qualcosa che oggi è introvabile in qualsiasi partito politico dell’occidente, men che meno nei partiti della sinistra. In un mondo come quello che viviamo, pensare a quel tempo fa emergere ancora di più la struttura gassosa della contemporaneità, alimentando un senso d’incertezza che credo sia una delle spiegazioni dell’interesse per la nascita di un partito avvenuta cento anni fa.

E la seconda nostalgia?

È una nostalgia che chiamerei sociologica. È il rimpianto di una saldatura tra la sinistra e il popolo: in particolare, nel caso del partito comunista, tra gli intellettuali che guidavano il partito e la classe operaia. Oggi la sinistra ha perso questo aggancio ai ceti popolari e le cittadelle del progressismo sono sempre più lontane da quelle persone sia geograficamente sia elettoralmente. Nemmeno la classe operaia esiste più. Come le altre classi sociali, si è in larga parte decomposta. Ed ecco un altro elemento della nostalgia.

Mi dica qual è la terza nostalgia.

La terza nostalgia è culturale. Uno dei maggiori contributi teorici di Antonio Gramsci al pensiero marxista è stato il concetto di egemonia culturale. La battaglia politica – insegnava – non si combatte solo sul terreno economico e sociale, ma si combatte anche nel campo delle idee: nell’arte, nella letteratura, nelle scuole, nei giornali. Oggi non solo Gramsci è letto e rivive lontano dalla sinistra (penso, per esempio, all’uso che ne ha fatto l’ultradestra francese), ma l’egemonia culturale è in mano ai nazional-populisti. Appartengono a loro le parole chiave e le categorie mentali che dominano il nostro tempo: dall’immigrazione, al ritorno dei confini, al rigetto della democrazia rappresentativa e al primato della leadership carismatica.

Sono loro che hanno ereditato quella storia?

Non ci si può spingere così in là, anche perché l’idea del comunismo in Europa appartiene ormai alla storia. Si può dire però che, a differenza di quel che ritiene il racconto dominante a sinistra, i movimenti nazional-populisti non sono solo i portatori di una visione cupa dell’avvenire, tutta impregnata della rabbia e del risentimento che rappresentano. Sono in qualche misura anche gli eredi di una visione ottimista dell’azione politica, coloro che credono ancora che con la volontà si possano mutare anche i più profondi meccanismi dell’esistente, la globalizzazione, le regole del mercato, mentre i partiti della sinistra hanno uno sguardo disincantato sul mondo: richiamano continuamente al principio di realtà, soprattutto perché – partendo da Mitterrand e passando per Clinton e Blair – la sinistra ha accettato la realtà, cioè il mercato e il mondo occidentale così com’è.

Sta dicendo che la sinistra ha sbagliato?

Sto dicendo che mentre nel Novecento i partiti di sinistra hanno funzionato come della banche della collera (il concetto non è mio, è di Peter Sloterdijk), che catalizzavano le frustrazioni degli individui per metterle al servizio di un progetto di trasformazione sociale, oggi le banche della collera si trovano nell’altro campo. È ai partiti nazional-populisti che si rivolge chi è insoddisfatto dell’ordine delle cose e domanda un cambiamento radicale; a essi affida la propria rabbia, il proprio desiderio, le proprie passioni, non ai partiti progressisti. Anche se, più che a banche della collera in genere quei partiti somigliano semmai a finanziarie equivoche alla Ponzi o alla Bernie Madoff.

Però rispetto al 1921 manca un grande elemento esterno: l’Unione Sovietica.

Oggi il Grande Altro dell’Occidente è rappresentato dalla Cina, il polo alternativo dello sviluppo economico e politico. È vero che il Partito comunista cinese ha abbracciato il capitalismo, anche nelle sue forme più sfrenate, abbandonando l’idea del superamento della proprietà privata. Però, non ha rinunciato affatto a un altro elemento centrale della tradizione comunista: l’aspetto illuministico del controllo razionale e totale della società, con alla guida un’avanguardia illuminata che ha il compito di indicare l’orizzonte. Questa tradizione oggi si salda con Google e Facebook, cioè con gli strumenti più avanzati del capitalismo della sorveglianza. È una minaccia potenzialmente ancora più pericolosa dei totalitarismi del Novecento, che ha dentro di sé anche un pezzo della dottrina politica che diede vita, cento anni fa, al Partito comunista italiano.

Fonte: Huffingtonpost

Link: https://www.huffingtonpost.it/entry/populisti-e-sovranisti-oggi-come-il-pci-centanni-fa_it_5fdf2e6dc5b6e5158fa7bd5b?utm_hp_ref=it-homepage

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