Il mercante in fiera sta perdendo le carte

L’operazione responsabili non decolla. L’Udc dice di no, Mastella chissà. Lontana quota 161. L’offerta dei ministeri sembra non bastare

Scena numero uno. Ecco Lorenzo Cesa, vecchia volpe democristiana, che, a un certo punto, è costretto a staccare il telefono: “Ahò, basta, qua sta chiamando il mondo, non so più che altro devo dire”. Voi capite: Cesa ha tre senatori, di questi tempi valgono oro, anche perché non sono cani sciolti ma hanno un partito, anche se piccolo: l’Udc. Suona bene: il centro cattolico che, in nome della stabilità, abbandona la destra sovranista per fare un’operazione politica. Fa meno “effetto Scilipoti” degli altri.

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E il telefono squilla. A palazzo Chigi hanno imparato l’arte del “massaggiare”: chiamano e fanno chiamare. Preghiere affidate a preti, vescovi, cardinali, i famosi “ambienti vicini”, in nome della stabilità di governo. Lusinghe terrene, affidate all’arte, eternamente uguale a se stessa nei palazzi del potere da Franco Evangelisti – ricordate: “a Fra’ che te serve” a Denis Verdini, l’indimenticato mago dell’operazione Razzi-Scilipoti. Il Verdini, questa volta, è Riccardo Fraccaro, potente sottosegretario a palazzo Chigi, che promette un ministero d’oro nell’immaginario democristiano, l’Agricoltura. Per la serie: a Lorè, che te serve? La sola parola “Agricoltura” evoca le masse di coltivatori diretti che, nell’urna, mettono “croce su croce”, bei tempi. E la Famiglia per Paola Binetti, la crociata della difesa dei valori tradizionali contro la perdizione dei tempi moderni. Non proprio una svolta progressista.

Facciamola breve. Prima di staccare il telefono, Cesa affida il gran rifiuto a un comunicato stampa: “Non ci prestiamo a giochi di palazzo e stiamo nel centrodestra”. Punto. Poi partecipa al vertice con Salvini, lasciando inchiodato a quota 151-152 il pallottoliere del governo a palazzo Madama, buono per avere una fiducia di sopravvivenza ma lontano dalla soglia politico-psicologica del 161.

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Scena numero due. Palazzo Chigi, esterno notte (venerdì sera). Collegati via zoom, ci sono il segretario del Pd, Dario Franceschini e Luigi Di Maio. Conte spiega che il gioco delle poltrone si sta incasinando: “Dai Cinque stelle ho la richiesta di lasciare tutto così come è, sennò se tocco una casella crolla il castello. Il Pd, invece, mi pare che ha altre esigenze sul rimpasto”. A quel punto anche Dario Franceschini ha avuto un moto di perplessità: “Più che il Pd, il paese ha altre esigenze. Prendiamo la fiducia in Parlamento, poi apriamo una riflessione”. La discussione poi vira sul Conte ter, come e quando, nel senso che, a parole, è un’esigenza del Pd, ma prima si deve vedere come va a finire martedì.

Facciamola breve un’altra volta. L’operazione responsabili non sta funzionando, anche perché Renzi è stato “abile” annunciando l’astensione, mossa che non gli fa perdere nessuno dei suoi al Senato. E il famoso gruppo a soccorso del governo, al momento, non prende forma, al punto che anche Clemente Mastella, dopo aver chiamato Calenda a nome del Pd, dice: “Io mi tiro fuori”. Inciso del cronista, neanche più giovincello. In queste situazioni ogni parola è tattica – chi dice che si tira fuori sta dentro – e ogni giorno è una vita, in cui non c’è mai nulla di definitivo.

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Però questa cronaca dal suk – la ricerca dei numeri oggi, l’orizzonte del ter dopo la conta per calmare le anime inquiete del Pd – un punto fermo ce l’ha. Ed è la totale indifferenza e l’impermeabilità più assoluta rispetto ai contenuti e ai progetti politici, nell’ambito di una commedia degli equivoci in cui l’unica linea, se tale si può definire, è “tiriamo a campare, anche con numero in più, poi si vede”. Il naufragio delle ambizioni, certo dell’avvocato del popolo rimasto lì con Franza e Spagna, dei Cinque stelle pronti ad accogliere Mastella, ma anche del Pd, a rimorchio di uno schema che nega la sua storia di denunce al trasformismo. Vale veramente tutto, dall’offerta di poltrone a quelli del Family day alla speranza nutrita nelle truppe mastellate, senza uno straccio di discorso pubblico su quale sia l’asse politico del governo, le idee, i programmi, il “come” governare. Boh, chissà.

Insomma, la difesa della status quo politico e di potere, oltre il quale c’è poco da raccontare, se non un equilibrio in cui nessuno ha la forza, la capacità, la volontà di correggere alcunché con buona pace di tutte le chiacchiere su “svolte” e “cambi di passo”: il paese imprigionato nella camicia di nesso di una verifica permanente, il cui nuovo scenario, al momento, consegna un governo quasi di minoranza con l’astensione di Italia Viva. E avanti così, da martedì, a parlare di ter con o senza Renzi, discussione inconsciamente diventata una scialuppa per tutti verso il semestre bianco.

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A proposito, anche questa storia che tecnicamente, non serve la famosa “quota 161”, ovvero la maggioranza assoluta, è un’altra vittoria a chiacchiere. Già il giorno dopo si pone un problema grosso come una casa nel voto sullo scostamento di bilancio, dove invece quel numero è necessario e senza i voti di Renzi cadrebbe il governo. Ci sta pure che una telefonata dal Colle arrivi per capire come si va avanti. Che volete che sia, in fondo c’è solo una pandemia da contrastare.

Fonte: Huffingtonpost

Link: https://www.huffingtonpost.it/entry/il-mercante-in-fiera-sta-perdendo-le-carte_it_60033871c5b62c0057bd73c1?utm_hp_ref=it-homepage

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