Perché il Pd s’impicca per Conte?

Ci sarebbero possibili governi assai più europeisti di questo. Ma i Dem preferiscono la minaccia del voto.

Perché il Pd s’impicca per Conte? Per comprenderlo bisogna decriptare il detto e il non detto dei suoi leader. Ben sapendo che il detto non corrisponde sempre al vero. Prendete Andrea Orlando. Ad Alessandro De Angelis, che lo intervista per Huffington Post e gli chiede come si possa tenere in stallo il Paese in attesa di qualche transfuga che puntelli la maggioranza, il vicesegretario del Pd risponde che «qui si tratta di costruire un campo politico europeista». Ma mentre il premier in Parlamento proclamava solennemente l’identità europeista della sua coalizione, a Bruxelles cinque dei nove deputati pentastellati votavano contro l’Europa.

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Ci sarebbero governi assai più europeisti del Conte bis. Per esempio, quello sostenuto da una maggioranza cosiddetta Ursula, che includesse anche l’area delle forze liberali, popolari e riformiste, cioè, oltre a Italia Viva, +Europa, Azione, l’Udc e, soprattutto, Forza Italia. Oppure quello istituzionale, affidato a Draghi o a un suo «succedaneo», e sostenuto da un vasto arco parlamentare. Ipotesi non facilmente praticabili, anche perché il Pd non le ha prese fin qui in considerazione. Restando abbarbicato al destino dell’avvocato, come l’ideale dell’ostrica di Verga allo scoglio. Il Pd preferisce la minaccia del voto a qualunque alternativa che escluda Conte, pur sapendo che, aprendo oggi le urne, sarebbe proprio il partito del premier a sottrargli consensi.

Tattica? Senz’altro: la tattica è la prima arma di un buon partito. Ma non solo. Per andare più a fondo bisogna indagare nel non detto di Orlando, quando spiega: per Renzi il Conte bis era il modo «per guadagnare tempo in vista di una prospettiva macroniana, che prevedesse di far saltare il Pd. Adesso lui riparte da dove era rimasto: lavorare per un governo di larghe intese, nel quale ridisegnare lo scenario politico italiano. Può il Pd avere interesse ad agevolarlo?»

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La risposta è chiaramente no. Perché in questo tiro alla fune con Renzi, il Pd persegue un obiettivo uguale e contrario: cancellare la prospettiva riformista, quantomeno quella antropofaga renziana, e rifondare la sinistra inglobando i Cinquestelle, o comunque consolidando con questi l’alleanza che sola può contrastare il campo sovranista e salvare il bipolarismo. Rischiando, se necessario, di passare per un neo-Ulivo che abbia nel partito di Conte la sua gamba centrale. Meglio Conte di Renzi, perché la neutralità ideologica dell’avvocato non riattiva, al contrario del rottamatore, il conflitto simbolico interno alla storia della sinistra.

Orlando, come del resto Zingaretti, come ancora Bettini, è figlio della tradizione comunista. E c’è da chiedersi se sia un caso che, tredici anni dopo la nascita del partito democratico, la sua leadership abbia una matrice così piantata nella storia. Comunque sia, per molti di questi uomini la transizione è un passaggio verso un futuro remoto, cioè un ossimoro che contiene un avanzamento e insieme il suo opposto. Lo spiega con una chiarezza letteraria Claudio Petruccioli, in due bellissime lettere a Pietro Citati e Fabio Mussi, contenute nel libro «Rendi-conto», ripubblicato per celebrare il centenario della nascita del PCI. Mai come in questo caso, la ricorrenza serve a ricordare che una rivalità fratricida attraversa l’intera storia della sinistra italiana. «Una parte di noi – scrive l’ex delfino di Occhetto a proposito della Bolognina – voleva la svolta per uscire dal PCI, mentre un’altra l’ha subita per restarci». Per questi ultimi – Petruccioli qui parla di D’Alema, uno dei più recenti sponsor di Conte – l’ambiguità con cui vivono ogni passaggio innovativo fa sì che «saranno meglio disposti quanto più forte resterà il legame di continuità antropologica e comunitaria con il passato».

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Questo paradigma spiega tutto intero il ripiegamento del Partito democratico verso il passato della sinistra, di fronte alla crisi della globalizzazione. E spiega anche la difesa a spada tratta del Conte bis che, nell’immaginario di questi leader, è un «errore provvidenziale», cioè un altro di quegli stratagemmi ideologici della doppiezza togliattiana. Per cui «di un dato atto – scrive ancora Petruccioli – si pensa e si ammette che stia stato un errore, ma aggiungendo che, nelle condizioni date, non si poteva fare altro». Non si poteva fare altro per ricomporre l’unità della sinistra e porsi come alternativa al campo sovranista. Perché nell’universo morale dei post-comunisti c’è sempre un campo contrapposto.

La stessa trappola intellettuale riecheggia nella difesa che Giuliano Ferrara fa di un governo affidato a «un amministratore» e a un personale politico definito, con ambiguità, «modesto ma efficace». Perché capace di scongiurare i «pieni poteri» del leader leghista Matteo Salvini, dal Foglio battezzato con l’epiteto di «Truce». Senonché, a un anno e mezzo dal ribaltone che lo sfrattò dal Viminale, sarebbe ora di chiedersi se davvero la metafora dei pieni poteri dimostrasse e dimostri ancora un allarme per la democrazia. E sarebbe ora di fare un bilancio intellettualmente onesto di questo singolare esperimento di ingegneria politica, che è stato, fin qui, il governo giallorosso.

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Pur ammettendo – come fa chi scrive – che Salvini incarni il peggio che il degrado populista ha portato al Paese, c’è da chiedersi se l’enfasi sul pericolo sovranista non serva a coprire la drammatica e conflittuale crisi del fronte che si pretende liberal democratico. Perché sarà pur vero che il segretario leghista spaventi le cancellerie europee. Ma non risulta che quest’ultime considerino i Cinque Stelle campioni di affidabilità. Un anno e mezzo di governo giallorosso non prova, ma neanche esclude che, a parti invertite, l’addomesticamento di Salvini alle ragioni delle alleanze euroatlantiche dell’Italia sarebbe stato possibile, al pari o meglio di quanto fin qui ottenuto con i riottosi partner grillini. Non foss’altro perché la Lega dispone di una base imprenditoriale pragmatica e meno incline agli ideologismi che spaccano il mondo pentastellato e lo separano inguaribilmente dal reale.

La storia non si ferma, né si riporta indietro con un’invenzione del trasformismo. Un anno e mezzo dopo, il centrodestra guadagna, anziché perdere consensi, sul fronte di governo. Se lo sfratto di Salvini ha avuto un effetto, è stato quello di rafforzare il suo alleato più ideologico, Giorgia Meloni. Quanto alla guerra intestina nell’alleanza giallorossa, i suoi strateghi paiono, più del dovuto, mandarini elitari e ambigui. Talvolta senza coraggio. Il tatticismo esasperato con cui hanno dato vita a un’alleanza irragionevole gli si è rivoltato contro. Per salvarsi non basterà agitare il fantasma dei nuovi fascismi.

Fonte: Huffingtonpost

Link: https://www.huffingtonpost.it/entry/perche-il-pd-simpicca-per-conte_it_600d40a5c5b6a46978d1f9b1?utm_hp_ref=it-homepage

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